VIENNA: La bohème – Giacomo Puccini, 29 gennaio 2025 a cura di Matteo Cucchi

VIENNA: La bohème – Giacomo Puccini, 29 gennaio 2025 a cura di Matteo Cucchi

  • 07/02/2025

LA BOHÈME

di Giacomo Puccini

Opera in quattro quadri

Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica


Direttore Lorenzo Passerini

Regia di Franco Zeffirelli

Personaggi e Interprerti:

  • Rodolfo Liparit Avetisyan
  • Mimì Ailyn Pérez
  • Marcello Clemens Unterreiner
  • Schaunard Martin Hässler
  • Colline Peter Kellner
  • Musetta Maria Nazarova
  • Benoit/Alcindoro Marcus Pelz
  • Parpignol Wolfram Igor Derntl
  • Sergente Jaroslav Pehal
  • Guardia doganale Jinxin Chen
  • Venditore di frutta Jin Hun Lee

Costumi di Marcel Escoffier

Coreografia di Martin Schebesta

Orchestra, Coro, Orchestra da palcoscenico, Extracoro, Scuola d’Opera e della Der Wiener Staatsoper

Direttore dello studio musicale Stephen Hopkins

Prove musicali Julia Simonyan / Tommaso Lepore

Direzione della musica di scena Marukus Henn

Direttore tecnico Peter Kozak

Luci Rudolf Fischer / Robert Eisenstein

Laboratori di decorazione e costumi Art for Art Theaterservice GMBH

Wiener Staatsoper, 29 gennaio 2025


Giacomo Puccini inizia a lavorare a La Bohème, ai primi di marzo del 1893, poco dopo la prima rappresentazione al Teatro Regio di Torino della sua Manon Lescaut. Oltre alla comune provenienza francese delle due fonti letterarie è interessante notare l’altrettanto comune intenzione “educativa” e “moralizzante” delle due storie. Tanto la Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut di Antoine François Prévost quanto La Bohème di Henri Murger hanno per protagonisti individui che rifuggono dagli inquadramenti religiosi e soprattutto sociali concludendo le loro vicende in maniera analogamente drammatica. In un panorama artistico, soprattutto letterario, nel quale le storie d’amore inquadrate nei paradigmi sociali sono sempre epilogate da un lieto fine garantito dalla divina provvidenza (un deus ex machina che ricorre in maniera più o meno esplicitamente), le storie musicate da Puccini devono necessariamente concludersi nel più amaro dei modi affinché il pubblico ne tragga insegnamento. A tutto ciò si potrebbe obiettare sostenendo che la morte di Mimì che decreta il finale atroce dell’idillio della compagnia dei bohemiens non è dovuto a una scelta di vita sbagliata. Non bisogna però dimenticare che l’impostazione narrativa e filosofica degli autori di quest’epoca, per quanto illuminati, è ancora fortemente centrata sull’uomo e pertanto il dramma, da questo punto di vista, non è tanto la morte in sé di Mimì quanto piuttosto la morte di Mimì “patita” da Rodolfo. Questo aspetto risulta ancora più chiaro se consideriamo le paure stesse espresse da Rodolfo nel terzo quadro a Marcello: Rodolfo non teme la morte di Mimì, teme piuttosto di soffrire per la morte di Mimì e questo sposta completamente il centro della tensione drammatica su di lui. Da questa prospettiva si individua subito l’intento moralizzante della storia. I protagonisti non sono quattro poveri braccianti degni di un racconto verghiano ma quattro individui colti (un poeta, un pittore, un musicista e un filosofo) che hanno scelto uno stile di vita che stravolge completamente i principi sociali borghesi mai come in quegli anni esaltati e dominanti.

In cosa dunque il frutto del lavoro di Giacomo Puccini, Giuseppe Giacosa e Luigi Illica si differenzia dalle centinaia o migliaia di altre storie simili? Oltre ad una musica che rende La Bohème una delle opere più apprezzate del compositore toscano e una delle più apprezzate in generale, gran parte del suo successo lo dobbiamo probabilmente al particolare approfondimento psicologico che gli autori dedicano ai loro personaggi. Pur ancora legati all’immaginario dei ruoli stereotipati tipici della nostra narrativa (individui caratterizzati più per il loro lavoro o aspetto esteriore che non per i tratti emotivi e psicologici), ai protagonisti pucciniani è dedicata una certa dose di esplorazione emotiva e caratteriale che ben si osserva in maniera ancor più chiara nella seconda metà dell’opera. Se da una parte la drammaticità della realtà sociale ed economica parigina merita (e direi anche “esige”) una rappresentazione quanto più realistica e verista ben realizzata dal contributo di Franco Zeffirelli, dall’altra l’esplorazione caratteriale ed emotiva lascia un gran da fare alle competenze recitative degli attori sul palco. Se l’equilibrio dei volumi strumentali e canori è sempre importante lo è in una misura ancora superiore in un’opera così fortemente incentrata sugli aspetti appena osservati. La direzione di Lorenzo Passerini da questo punto di vista si è dimostrata poco attenta dando una preminenza di volumi eccessiva ad un’orchestra che, escludendo questa considerazione, ha eseguito un’apprezzatissima interpretazione. Sul palcoscenico tutto si è svolto come in un quadro animato dagli attori. Un risultato tipico delle regie di Zeffirelli che offrono sempre una cornice ricca e vivace utile a trasportare il pubblico in un alter-mundi per la durata dell’opera; senza considerare il senso di stupore che può recare rispetto ad altre regie più minimaliste ed essenzialiste.

Il lavoro dei cantanti/attori si è mantenuto di ottimo livello per tutta la durata dello spettacolo salvo qualche difficoltà di dizione iniziale del Rodolfo di Liparit Avetisyan che si è però fatto rivalutare nei quadri successivi. Maggiormente apprezzata l’interpretazione della Mimì di Ailyn Pérez che è riuscita pienamente e dosatamente a rendere il lato civettuolo della protagonista femminile. Notevole l’interpretazione di Schaunard di Martin Hässler in particolar modo nei suoi momenti più drammatici del quarto quadro. Molto ben eseguita la relazione parallela del Marcello di Clemens Unterreiner e della Musetta di Maria Nazarova.

Matteo Cucchi

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