PALERMO: Camicette bianche (Musical)- Marco Savatteri, a cura di Maristella Panepinto

PALERMO: Camicette bianche (Musical)- Marco Savatteri, a cura di Maristella Panepinto

  • 25/02/2025

Camicette Bianche

-musical-

di

Marco Savatteri

Teatro Politeama


Emozione, dolore, gratitudine. Sono queste le  parole chiave che rimangono impresse dopo aver visto “Camicette bianche”, il musical. Un’opera ideata e prodotta da Marco Savatteri e ispirata al bellissimo romanzo della scrittrice Ester Rizzo. Facciamo prima il punto: il testo di Ester Rizzo racconta la tragedia  del 25 Marzo 1911, quando bruciò la Triangle Waist Company a New York, una fabbrica di camicette bianche, dove le operaie lavoravano quattordici ore al giorno. Nell’incendio morirono 146 lavoratori di cui 126 donne, e ben 38 italiane. Il tragico rogo, lo ricordiamo, è tra gli avvenimenti che si commemorano per la giornata internazionale della donna.

Letto il libro, il talentuoso Marco Savatteri, che ad Agrigento ha messo su un’accademia di talenti del ballo, del canto e della recitazione, si è lasciato ispirare per creare un’opera musicale di grande effetto. Il tema è forte, in alcuni punti spietato. Narra gli anni della grande immigrazione meridionale verso il Nuovo mondo. Racconta i pellegrinaggi in terza classe, gli immigrati stipati nelle zone anguste e purulente dei transatlantici senza distinguo tra uomini, donne, bambini e neonati. C’è chi parte entusiasta, chi addolorato. Chi volenteroso di costruire una nuova vita, chi costretto dal non avere alternative. Tutti lasciano il nido sulle note di “Amara terra mia”, che si intersecano a quelle di “Vedrai vedrai”, in un arrangiamento, creato da Savatteri, che rende, con passione, il senso del tutto. C’è distacco e c’è la speranza. C’è la povertà di una terra amata e la ricchezza di un futuro di cui innamorarsi. In mezzo un filo rosso, metafora del cordone ombelicale, che rimanda anche a quella bella rima di Pellai, “Io gomitolo, tu filo”, dove la prima figura è la madre, universalmente intesa, come grembo, come terra, come patria e la seconda è il figlio, pronto sempre a tirare quando si sentirà senza pelle, indifeso, abbandonato. L’esodo meridionale che fu rimanda alle migrazioni di oggi. C’è un neonato che muore e lo spettatore è con le spalle al muro: si strugge e non può non pensare alla strage di corpicini che giacciono sui fondali del Mediterraneo.

L’opera diventa un crescendo, grazie alla recitazione possente di Paride Benessai, che introduce la narrazione con il canto siciliano, quindi veste i panni di chi a Nova Yorka ha fatto fortuna, ha aperto una trattoria, ha dato lavoro a tanti connazionali. Il suo dialetto è strettissimo, come forse lo era quello dei siciliani immigrati in America. Nel musical c’è tutto: lo sconforto di chi parte senza soldi e deve pure prendersi il pensiero di costruirsi una buona reputazione. “Perché gli italiani puzzano, fanno tanti figli, chiedono l’elemosina e rubano.” Rieccoci a smontare i luoghi comuni d’oggi verso la contemporanea onda di “cerca fortuna”, che arrivano sulle nostre coste.

Al centro dell’opera musiche maestrali, revival di brani famosissimi, che spaziano dal pop, alla tradizione dialettale, dagli echi dei più bei cartoons Disney anni ‘90 fino ai canti liturgici. Quel “santo Padre de’ voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore” è il leit motiv di supplica e dolore di tutta l’opera. Sul palco un gruppo affiatatissimo di artisti, anzi di performer come usa dire oggi. Sanno tutti ballare, recitare e cantare dal vivo con intonazioni e movimenti che non concedono sbavature. Sono tanto giovani quanto magistrali i componenti della Savatteri produzioni. Ecco la scena più emozionante: le operaie, le sartine, che alzano la testa, scendono in strada e manifestano per i loro diritti, guardando in faccia pure i padroncini, i mafiosetti da “Little, little Italy”. Sono donne sicure e sfrontate, che vogliono ottenere quanto spetta loro. Peccato che al varco ci sia un destino atroce. Una vampa, che non si esaurisce, le sarte che restano prigioniere di chi le aveva blindate, così da non farle più manifestare. Sono torce umane, ma restano cariche di dignità. Le capeggia Clotilde, rimasta orfana anzitempo, che all’apice della disperazione si lancia giù dalla finestra, certa che ad abbracciarla ci sarà sua madre, la sua mammina dolce, che la ninnava da piccola facendola

sentire nel posto più sicuro. Sul finale ecco il ricordo delle 38 vittime italiane, citate una per una, quelle camicette bianche il cui sangue non deve essere stato sparso invano. Lodi a Ester Rizzo, a Marco Savatteri e a tutti gli artisti sul palco, che hanno regalato grandi emozioni.

Maristella Panepinto

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