BARCELLONA: La traviata – Giuseppe Verdi, 31 gennaio 2025, a cura di Jorge Binaghi
LA TRAVIATA
Giuseppe Verdi
Direttore Giacomo Sagripanti
Direzione di scena David McVicar
Personaggi e Interpreti:
- Violetta Valéry Ruth Iniesta
- Flora Bervoix Gemma Coma-Alabert
- Annina Patricia Calvache
- Alfredo Germont Xabier Anduaga
- Giorgio Germont Mattia Olivieri
- Gastone Albert Casals
- Barone Douphol Josep-Ramon Olivé
- Marchese d’Obigny Pau Armengol
- Dottor Grenvil Gerard Farreras
- Giuseppe Carlos Cremades
- Servo di Flora / Comissionario Pau Bordas
Coreografia Andrea Giorgio
Scenografia e costumi Tanya McCallin
Illuminazione Jennifer Titton
Coro del Gran Teatre del Liceu (Pablo Assante, direttore)
Orchestra Sinfonica del Gran Teatre del Liceu
Assistenza alla Direzione Musicale Daniel Perpiñán
Produzione Gran Teatre del Liceu, Scottish Opera (Glasgow), Teatro Real e Welsh National Opera
Gran Teatre del Liceu, 31 Gennaio 2025
Una felice ripresa del qui ben noto allestimento di David McVicar, poco innovativo ma molto godibile al netto di qualche dettaglio discutibile (la coreografia, in particolare del coro dei “matadori” non è azzeccatissima; non si vede il bisogno della prostituta ubriaca che insulta il protettore nel quadro di Flora) ma si vede con piacere e i personaggi (anche i secondari –vedi Grenvil, Flora, Annina, Douphol) risultano adeguatamente tratteggiati. Bei costumi e luci come al solito. Successo e pienone per le due compagnie che si alternavano, perfino con tre baritoni. Qui si riferisce di una delle recite della seconda, forse con nomi meno “prestigiosi” rispetto alla prima ma nell’insieme molto più giovane ed affiatata.
Dirigeva sempre Giacomo Sagripanti la brava orchestra e l’eccellente coro (qualche volta un po’ troppo chiassoso probabilmente per le indicazioni di regìa) del Teatro, quest’ultimo preparato da Pablo Assante. Sagripanti pareva molto più ispirato che, per esempio, alla Tosca “pasoliniana” (povero PPP) e rinnovava il ricordo delle sue migliori prove. Qui non si è mai permesso di soverchiare il palcoscenico essendo nonostante ció molto espressivo (gli attacchi ‘scuri’, pessimistici dell’ultim’atto, così come il preludio di quest’ultimo e l’accompagnamento, per esempio, dell’ Addio del passato –nella versione completa- vanno notati ed applauditi).
Con dei comprimari decorosi ed alcuni interessanti (Patricia Calvache Annina, Gemma Coma-Alabert Flora, Josep Ramon Miquel Douphol, Gerard Farreras Grenvil) ovviamente l’attenzione si centrava sui tre principali.
La protagonista del ruolo del titolo era Ruth Iniesta, che innanzitutto è una cantante onesta. Dà quanto ha, che non è poco, anche se il timbro non è personalissimo: l’acuto è sufficiente (non si lancia in avventure non richieste) e per l’atto centrale e l’ultimo se la cava con molto onore e la si sente sempre. Se poi convince di più nel fraseggio e l’azione drammatica di secondo e terz’atto, non vuol dire che non abbia la sua bella agilità –fisica e vocale nel primo, solo che come interprete convince di più nei due successivi. La lettura della lettera era particolarmente commovente.
Xabier Anduaga debuttava Alfredo. E’ una voce importante, interessante, ma i mezzi non sembrano ideali pel ruolo. L’acuto è sicuro, spavaldo, squillante. Per il resto la voce diventa invece troppo scura vedi anche opaca. Come attore non brilla, tranne nel quadro che si svolge in casa di Flora.
Anche Mattia Olivieri debuttava ‘papà’ Germont. Lo ha fatto preparatissimo e con tutte le carte in regola. Raro vedere una prima volta di questo personaggio (non accattivante di certo) così riuscita. L’alternarsi tra la severità e la rigidità delle prime battute che scambia con la protagonista e la posteriore emozione/commozione permettono di non considerare Giorgio Germont un cretino in mala fede, o un Tartufo piccolo piccolo. Il canto a fior di labbra sembra quasi spontaneo in momenti come ‘Pura siccome un angelo’ o ‘Piangi o misera’. E’ sempre credibile anche quando passa dal duro ‘Sia pure…Un dì quando le veneri’ al supplichevole ‘Violetta, deh pensateci’. Non rifugge l’acuto quando ce n’è bisogno ma non si compiace nel mostrarcelo. Il suo accorato ‘Di Provenza’, quasi una ninna nanna d’infinita melancolia, che solo verso la fine di ogni strofa si fa enfatico trova riscontro in una cabaletta (sicuramente non tra le più belle o drammaticamente opportune di Verdi) che fa percepire il testo ed il suo senso drammatico. Arrivati al grande concertato della fine d’atto preceduto dal memorabile arrivo di Germont (‘Di sprezzo degno’) ha il merito di farsi sentire senz’alzare la voce, così come nelle poche ma non banali frasi verso la fine dell’opera. Una prova maiuscola.
Grande successo e durante la serata e soprattutto a sipario definitivamente calato.
Jorge Binaghi